Trascorrono il freddo inverno nelle cavità dei vecchi faggi o nelle galleria delle miniere. Sono i Twergi, i dispettosi folletti della montagna, depositari di antiche saggezze e tra i primi coloni dell’Ossola. Si tramanda che furono proprio loro a insegnare ai popoli alpini l’uso cenere del focolare per il bucato e la lavorazione del latte per ricavare formaggi e burro. Queste astute creature di discendenza germanica, che si ritrovano nelle favole di Ornavasso e Migiandone, sono, di solito, benevoli e simpatici, e si divertono a far scherzi a pastori e boscaioli.
Ad Ornavasso si racconta la fiaba di Catarinen, una giovane pastorella che si recava ogni dì a pascolare le mucche della verde radura della Kalmatta. Poco distante viveva un gruppo di Twergi. Uno di loro si era invaghito della bella ragazza e l’aspettava ogni giorno. Iniziò a raccontarle bellissime storie. Col tempo anche Catarinen si affezionò al Twergi e una sera d’autunno i due innamorati si dichiararono il proprio amore. Ma la giovane era molto turbata. Non voleva rinunciare alle attenzioni del folletto, però temeva la reazione dei genitori, che difficilmente avrebbero acconsentito a un matrimonio così insolito. Alla fine la passione ebbe la meglio e Catarinen abbandonò la casa paterna e si offrì al Twergi. Si sposarono nel bosco vicino al torrente e in quella occasione accorsero gnomi da ogni angolo della valle. La sposa ebbe in dono una corona di foglioline raccolte in un luogo segreto. Da allora la dolce Catarinen e il Twergi non furono mai più visti da occhio umano.
Era così bello in campagna, era estate! Il grano era bello giallo, l'avena era verde e il fieno era stato ammucchiato nei prati; la cicogna passeggiava sulle sue slanciate zampe rosa e parlava egiziano, perché aveva imparato quella lingua da sua madre. Intorno ai campi e al prati c'erano grandi boschi, e in mezzo al boschi si trovavano laghi profondi; era proprio bello in campagna! Esposto al sole si trovava un vecchio maniero circondato da profondi canali, e tra il muro e l'acqua crescevano grosse foglie di farfaraccio, e erano così alte che i bambini più piccoli potevano stare dritti all'ombra delle più grandi. Quel luogo era selvaggio come un profondo bosco; lì si trovava un'anatra col suo nido. Doveva covare gli anatroccoli, ma ormai era quasi stanca, sia perché ci voleva tanto tempo sia perché non riceveva quasi mai visite. Le altre anatre preferivano nuotare lungo i canali piuttosto che risalire la riva e sedersi sotto una foglia di farfaraccio a chiacchierare con lei.
Finalmente una dopo l'altra, le uova scricchiolarono. «Pip, pip» si sentì, tutti i tuorli delle uova erano diventati vivi e sporgevano fuori la testolina.
«Qua, qua!» disse l'anatra, e subito tutti schiamazzarono a più non posso, guardando da ogni parte sotto le verdi foglie; e la madre lasciò che guardassero, perché il verde fa bene agli occhi.
«Com'è grande il mondo!» esclamarono i piccoli, adesso infatti avevano molto più spazio di quando stavano nell'uovo.
«Credete forse che questo sia tutto il mondo?» chiese la madre. «Si stende molto lontano, oltre il giardino, fino al prato del pastore; ma fin là non sono mai stata. Ci siete tutti, vero?» e intanto si alzò. «No, non siete tutti. L'uovo più grande è ancora qui. Quanto ci vorrà? Ormai sono quasi stufa» e si rimise a covare